Martedì, 27 Settembre 2016 11:18

Ai Weiwei a Firenze, tra assensi e dissensi

di Riccardo Gorone

Firenze – L'arte contemporanea, spesso, funziona come la moda: basta una firma ogni prodotto sembra essere plausibile.

E' la logica di molti e quella che ha teso una linea nel regno dell'arte stabilendo cosa fosse arte e cosa no (un gabinetto è un gabinetto; un gabinetto rovesciato con una firma è arte, e questa storia è molto più anteriore di quella che si fa chiamare arte contemporanea). Un docente di estetica come Arthur Danto si è perso nei meandri delle teorie, delle distinzioni concettuali, stabilendo però quali fossero i punti fermi, i criteri di ciò che poteva essere chiamata arte.

Tra questi criteri troviamo l'aboutness, cioè il fatto che l'opera abbia a che fare con un qualcosa, senza per forza sapere cosa sia, ma dall'opera capiamo o sentiamo che si riferisce a qualcosa (about, riguardo a...) . Ebbene, nonostante le figura di Ai Weiwei sia diventata il corpo dell'artista, non il corpo fatto di carne, ma il suo simulacro, il corpo che prende un significato e che nasconde l'altro corpo, quello vero. Sì, è vero, Ai Weiwei utilizza se stesso molto spesso nelle sue opere (i suoi autoritratti, le miniature di se stesso nei giorni di prigionia, il suo dito medio, ecc.), eppure la critica, che non sempre osanna i suoi lavori, si interroga su quanto questo autoriferimento sia o meno vanità, capriccio dell'artista.

Quando però entriamo nelle sale dei piani superiori di Palazzo Strozzi, capiamo che l'artista, non solo utilizza la propria ironia e il proprio linguaggio (che lo hanno reso famoso), ma si mostra l'utilizzo di oggetti banali, comuni che, combinati in una certa sequenza, sembrano deviare il simbolismo o l'utilità che prima li contrassegnava ( e ritorniamo al concetto del gabinetto rovesciato, e non è un caso che i lavori giovanili di Weiwei, esposti negli spazi della Strozzina, siano readymade, opere ottenute dal riutilizzo o dalla distorsione di oggetti comuni).

Ma quel dialogo è ancora presente nell'artista con opere come Grapes, 34 sgabelli che generano un modulo tridimensionale. L'artista dialoga con la prospettiva anche con l'opera ispirata da Da Vinci, Divina Proportio, presente anch'essa al piano nobile. Molto meno convincenti i suoi celebri studi sulla prospettiva, ormai slogan quasi becero che, se spogliato dell'autorialità, è manifesto di disfattismo o tutt'al più, capace di generare sorrisi maliziosi (i più, scuotono la testa anche di fronte alla carta da parati che si sviluppa nella seconda parte della mostra in cui braccia che finiscono al dito medio, si ripetono e si concatenano in pattern e schemi grafici).

Ma Ai Weiwei, che in vita sua non ha fatto solo gommoni, si è mostrato e si mostra tutto'ora sensibile, non tanto alle tematiche, quanto al suo modo di interpretarle secondo il suo linguaggio – e poi sì, quei gommoni, che dovevano essere neri, per richiamare quelli dei migranti e delle loro relative tragedie, sono stati scelti rossi, come i mezzi di soccorso della guardia costiera, e non si parla di errore di valutazione. Vorrei si ricordasse anche il lavoro Straight, dalle macerie, sono state trovate sbarre di ferro dei piloni di un palazzo crollato, per poi raddrizzarne una ad una costruendo una geometria tridimensionale (Giudecca, Venezia); o Sunflowers Seeds, costituita da 150 tonellate di semi di girasole in porcellana dipinti a mano da artigiani cinesi (Tate Modern, Londra), opere che mostrano costanza e ritualità, un processo che affascina quasi di più della sua resa.

Weiwei continua questa sua estetica della ripetizione anche a Firenze con Blossoms, fiori e germogli di porcellana bianca stesi per terra in un pattern scolpito con precisione e con ricchezza di dettagli, Stacked, con le sue biciclette impilate che formano un passaggio obbligatorio alla mostra, i ritratti di Savonarola, Galileo e Da Vinci costituiti da pezzi di Lego, i 1.500 granchi di porcellana riversati all'angolo di una delle sale del palazzo, le manette riprodotte in giada, e via dicendo non sono altro che insegnamento di un linguaggio, prima di tutto, e poi se ne possono trarre tutti i significati politici che vogliamo.

Sicuramente Ai Weiwei è un artista politico, o forse un artista che denuncia e che provoca, ma altrettanto sicuro è quale sia il suo modo di intendere l'opera nel suo aspetto site specific, progettato per un luogo, che dovrebbe stare fuori dai gossip e dalle dicerie su un personaggio, che è simulacro del corpo autentico.

L'unico corpo che dovrebbe restare è quello delle opere che dovrebbero far saper parlare un linguaggio che non sempre è comprensibile, ma ciò non significa che non abbia senso. Io non mi concentrerei su quanto sia libero o meno Ai Weiwei, piuttosto starei in silenzio a misurarmi con i suoi lavori che possono incontrare o meno il mio gusto (il che non stabilirebbe cosa è bello e cosa no), che forse possono farmi interrogare, piuttosto che dare risposte, anche sull'eventuale dissenso rispetto alle opere. Ai Weiwei è sicuramente libero, ma noi, lo siamo per giudicare?

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