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Lunedì, 03 Ottobre 2016 12:25

Scoperte e massacri – Ardengo Soffici e le avanguardie a Firenze

di Andrea Dami

Firenze – “Scoperte e massacri – Ardengo Soffici e le avanguardie a Firenze” è la mostra che si può ammirare nella Galleria delle statue e delle pitture degli Uffizi fino all’8 gennaio 2017.

“Non è una semplice ricostruzione monografica del maestro di Rignano sull’Arno, ma si è andati oltre, ricostruendone il discorso polemico e l’impegno intellettuale attraverso opere su cui egli aveva appuntato la sua attenzione, tra le più significative, sia in senso positivo che negativo – dice il direttore delle Gallerie degli Uffizi Eike D. Schmidt — di una requisitoria che non conosceva mezzi termini, ma anzi si esprimeva sempre in toni fortissimi e decisivi”.

La mostra, dicono i suoi ideatori e curatori (Vincenzo Farinella, Nadia Marchioni e Antonio Natali), prende le mosse dal libro di Soffici: “Scoperte e massacri. Scritti sull’arte” che raccoglie testi storico-artistici pubblicati per lo più su “La Voce” a partire dal 1908 e pubblicato a Firenze nel 1919 (ediz. Vallecchi), data cruciale perché si era appena conclusa la Grande Guerra che è un vero e proprio spartiacque tra due epoche: quella delle avanguardie europee e quella del “ritorno all’ordine”.

Ardengo Soffici, che aveva iniziato gli studi di pittura, rimase colpito dalla mostra “Festa dell’Arte e dei Fiori (1896-97) che presentava cinquant’anni di pittura italiana e europea, ma soprattutto “la vera rivelazione fu per me Segantini”, ci ricorda Soffici che a quell’epoca aveva 17 anni; quell’opera, “L’angelo della vita”, la possiamo ammirare grazie al prestito del Szépmüvészeti Múzeum di Budapest.

Il Novecento è iniziato e il nostro pittore di Rignano sull’Arno, ormai trasferitosi presso alcuni parenti a Poggio a Caiano, decide di andare a Parigi insieme a Giovanni Costetti e Umberto Brunelleschi per visitare l’Esposizione Universale, ma soprattutto perché la capitale francese veniva sentita come l’unico luogo dove un giovane artista poteva trovare un contatto con la modernità più bruciante e avventurosa. La vita non fu facile, ma tra stenti e rinunce frequenterà il mondo vivace che si era formato intorno alla rivista “La plume”, cominciando così a scrivere articoli anche per la rivista “L’Europe artiste”. Di questo periodo (1905-1906) possiamo vedere l’unico pannello sopravvissuto: “Bagno”.

Nel ritorno a Poggio a Caiano Soffici consolida la sua amicizia con Papini che incontrava sia al caffè Paszkowski, sia nella casa del Poggio. Stringe amicizia anche con Prezzolini che con Papini fonda “La Voce” (1908) e Soffici ne disegna la testata. In seguito curerà le rubriche d’arte, divenendo anche uno dei più impegnati collaboratori. Prenderà parte anche nelle discussioni e nelle polemiche tra “idealisti”, “materialisti”, “spiritualisti”, “romantici”, “classicisti” e “modernisti” dell’arte, che fanno allargare il suo orizzonte culturale.

Ardengo Soffici ritorna a Parigi e lì conosce l’opera del poeta Arthur Rimbaud, mentre aumenta l’interesse per gli “impressionisti” e anche per i “postimpressionisti” e grazie al Salon d’Autonne scopre le opere di Paul Cézanne, sul quale scriverà un saggio in cui attesta la sua assoluta modernità. Scopre anche i lavori di Medardo Rosso e ne rimane colpito a tal punto che organizza a Firenze (1910) la “Prima esposizione italiana dell’impressionismo francese” con ben 17 sculture di Medardo, insieme alle opere di Cézanne, Degas, Renoir, Monet, Pissarro, Gauguin, Van Gogh”, nei locali del Lyceum Club in via Ricasoli.

Sboccia la passione per la pittura di Henri Rousseau e scrive anche un saggio su Picasso e Braque, dei quali si possono ammirare alcuni lavori lungo il percorso espositivo.
Non poteva mancare l’opera di El Greco, che Soffici innalza come esempio di pittore capace di fuggire dalla “piovra” accademica del Rinascimento italiano (in particolare da Michelangelo e da Raffaello) e di incarnare il ruolo di “precursore” della modernità (in mostra il “Ritratto di Maurice Barrès con veduta di Toledo”).

Ardengo Soffici, rientrato in Italia, visita a Milano nel 1911 la mostra dei Futuristi, ma l’anno dopo scrive una stroncatura feroce e sarcastica sul movimento. La reazione dei futuristi è immediata. Marinetti, Russolo, Boccioni e Carrà raggiungeranno a Firenze Soffici che siede al caffè delle Giubbe Rosse in compagnia di Prezzolini e Rosso. Boccioni lo schiaffeggia dando inizio a una rissa furibonda conclusa con l’intervento della polizia.

Soffici allora organizza con gli “amici” una “vendetta” alla partenza dei futuristi alla stazione ferroviaria, che avrà grande clamore sulla stampa. Ci sarà anche una riconciliazione, solo più tardi e grazie alla mediazione di Aldo Palazzeschi. L’avvicinamento porterà nel gennaio del 1913 Soffici e Papini a fondare la rivista “Lacerba”, decidendo di unirsi “all’unica forza di avanguardia che sia in Italia”, ma questa temporanea adesione al Futurismo risulterà per Soffici sempre condizionata dalle fondamentali premesse cézanniane e cubiste maturate a Parigi e mai rinnegate.

Soffici parteciperà anche alla storica serata futurista al teatro Costanzi a Roma e nello stesso anno promuoverà anche una mostra futurista a Firenze e la tumultuosa serata al Teatro Verdi. Ma l’esperienza futurista è ormai al termine come annuncia l’articolo di Papini “Il cerchio si chiude”, polemizzando sul cosiddetto “marinettismo” intriso di “modernolatria” e del culto per la macchina.

Del 1914 sono gli interessanti pannelli murali della “Stanza dei manichini” di Bulciano, stanza ricostruita per l’occasione e punto focale di questa esposizione. Ardengo Soffici polemizza con Boccioni e scrive sui fratelli Savinio e Giorgio de Chirico, ma ormai l’ombra della guerra incombe e il nostro artista di Rignano sull’Arno auspica proprio sui fogli di “Lacerba” di reagire contro la minaccia mortale della “Kultur” germanica e si arruola volontario. Otterrà anche una decorazione militare.

Dopo la guerrai si presenterà come “un altro uomo”, un intellettuale completamente trasformato: messe da parte le provocazioni delle avanguardie nei loro aspetti più sovversivi, cerca ora un nuovo punto di partenza, per giungere ad una ricostruzione dei valori e del linguaggio figurativo.

L’artista dal 1919 produrrà una serie di nature morte come: “Pera e bicchiere di vino” (che possiamo vedere), realizzate in un nuovo clima culturale che troverà nella rivista “Valori Plastici”, fondata da Mario Broglio, la sua più compiuta espressione.

Soffici, che a guerra finita collaborò con “Il Popolo d’Italia” e il “Corriere della Sera” e che aveva fatto conoscere agli amici fiorentini Cézanne, i cubisti, Apollinaire, realizza negli anni Venti “Casa a Poggio a Caiano” e pochi anni dopo firma il “Manifesto degli intellettuali fascisti”. Nel 1937 si allontana da Mussolini, ma rimarrà fedele al regime fino alla sua caduta…

Il suo autoritratto del 1949 (donato dagli eredi agli Uffizi) chiude la bella mostra che ci ha fatto vedere, attraverso le opere di Soffici e degli “amici” francesi da lui frequentati, una lunga e interessante pagina che appartiene alla cultura artistica toscana.

La mostra è stata promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con le Gallerie degli Uffizi, la galleria delle Statue e delle Pitture degli Uffizi e Firenze Musei. Il catalogo è edito da Giunti.

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