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Domenica, 23 Ottobre 2016 19:45

Dal Centro Pecci a Villa di Celle, si chiude il cerchio dell'arte contemporanea

Il Centro Pecci Il Centro Pecci

 

di Andrea Dami

Prato – L'involucro del nuovo Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, è un’idea dell’architetto Maurice Nio (dal costo complessivo di 14.400.000 euro), che vuole evocare, com’è stato detto, una “navicella spaziale” pronta a partire con il prezioso carico d’arte verso nuovi “mondi”.

Alla sua guida il Consiglio Direttivo del Centro Pecci ha scelto Fabio Cavallucci anche per le sue capacità organizzative e gestionali, unite ad una profonda esperienza del territorio e della scena toscana.

Il “pilota” Cavallucci, venendo da esperienze curatoriali e multidisciplinari a livello internazionale, è riuscito a tessere una vasta rete di contatti con i principali musei d’arte contemporanea, necessaria per il rilancio del Pecci a livello regionale, nazionale e internazionale.

La sua storia

A Santa Sofia di Romagna ha contribuito alla realizzazione del parco con sculture permanenti di Staccioli, Mattiacci, Poirier e Nagasawa; ha insegnato (come assistente di Renato Barilli) Fenomenologia degli Stili all’Università di Bologna; è stato direttore artistico e fondatore di “Tusciaelecta, Arte Contemporanea nel Chianti e l’anno dopo ha curato, insieme a Pier Lugi Tazzi, un progetto per la Biennale di Venezia (refreshing, realizzare in forma artistica un bar, un ristorante e un carrello ambulante).

È stato direttore dal 2001 al 2008 della Galleria Civica di Arte Contemporanea di Trento, dove ha sostenuto progetti di giovani emergenti, anche italiani. Ha fondato il Premio Internazionale della Performance, ha coordinato Manifesta 7. Biennale europea di arte contemporanea e curato l’apertura dello spazio Alt (Arte, Lavoro, Territorio) di Alzano Lombardo (Bergamo). Nel 2010 è diventato direttore artistico della XIV Biennale Internazionale di Scultura di Carrara e nominato direttore del Centro d’arte contemporanea Castello Ujazdowsky di Varsavia (che comprendeva anche musica, teatro, danza e cinema). Inoltre Fabio Cavallucci ha al suo attivo numerosi testi, libri e cataloghi, molti dei quali collegati alle mostre da lui curate, collabora anche con varie riviste di arte ed estetica come: “Rivista di Estetica”, “New York Arts”, “Arte Mondadori”, “Flash Art Italia” e “Flash Art International”, “Exibart” e “Abitare”.

Entriamo nella “navicella Pecci” (che è aperta dal martedi alla domenica, dalle ore 11 alle ore 23) che nel suo “atterraggio”, sembra a sorprersa, ha sconvolto parti del terreno circostante, e ci troviamo dinanzi all’annuncio drastico della mostra: “La fine del mondo”. Titolo che nasce dalla considerazione che ciò che abbiamo conosciuto finora è obsoleto. "Non è l’annuncio di una catastrofe imminente, ma vuol essere la presa di coscienza della condizione d’incertezza in cui viviamo e quindi un invito a riflettere sugli scenari che ci circondano", dice il direttore Fabio Cavallucci.

I lupi di Cai Guo QjangNel nuovo involucro dorato del Centro Pecci ci accoglie una coppia di ominidi del Paleolitico, i primi che produssero strumenti di pietra: l’inizio della tecnologia poi siamo nel nostro mondo contemporaneo e poi… la possibile “fine”?

Un viaggio dalla distruzione, dalla polvere del cemento all’albero. A seguire i manufatti di pietra di quegli ominidi, dalla forma di mandorla (le amigdale), i cristalli naturali e poi le interpretazioni della realtà, quella che conosciamo: dalla venere primordiale al taglio di Fontana, per entrare in “scenari” (come le grandi installazioni di Oliveira e Hirschhorn, per citarne alcune), ora suggestivi, ora coinvolgenti, o interroganti come i lupi di Cai Guo-Qiang che corrono verso…

"Queste opere, queste installazioni — sostengono il direttore e i suoi collaboratori — ci vogliono proiettare ora nel nostro presente, ora nel nostro passato, per rivedere il mondo di oggi come se fosse un reperto fossile, lontano ere geologiche, e in un futuro ancora distante".

Gli artisti chiamati a raccontarci “La fine del mondo” negli oltre 3000 metri quadrati di superficie sono ben settanta che si aggiungono sia ai 23 della “Torre di Babele” (curatore Pietro Gaglianò) alle Ex Officine Lucchesi (Piazza Macelli) che con le loro opere ci ricordano, attraverso le altrettante gallerie toscane d’arte contemporanea che hanno partecipato a questa “sfida”, il superamento del limite, la ricerca di una visione che muove la volontà umana nella vicenda biblica, sia ai 10 under 35, come recita il titolo dell’esposizione all’Officina Giovani (Piazza Macelli), scelti su ben 133 artisti da una commissione di 16 giovani curatori del territorio toscano, sia ai 15 progetti (non finanziati) che hanno trovato posto in uno dei capannoni. I 25 “progetti artistici” sono stati sottoposti alla valutazione dei critici: Giacomo Bazzani, Lorenzo Bruni, Pietro Gaglianò, Matteo Innocenti e Alessandra Poggianti, che hanno stabilito le 10 opere da realizzare, finanziate con 700 euro ciascuna (dati forniti dal Centro Pecci Prato).

I numeri indicano sempre qualcosa, perché ci danno una misura, un costo, un peso… ma il “valore” di un’opera d’arte è un’altra cosa, perché fatta di contenuti, di domande.

Inoltre non possiamo dimenticare che a qualche chilometro di distanza, verso Pistoia, a Santomato, il collezionista Giuliano Gori ha presentato quattro nuove opere: “Foresta orizzontale” (Spazio di Casapeppe), composta da ben otto tavoli di “una natura sdraiata”, come ha detto Fabrizio Plessi, il suo autore; “La porta sonora: Divina.com, Paradiso”, un grande bronzo con le note “scolpite” dell’ultimo brano per violino della composizione “Divina.com” di Daniele Lombardi, che si possono ascoltare all’apertura della suddetta porta della cappella settecentesca della Villa di Celle. Invece alla Cascina Terrarossa c’è il ritorno a Celle di Stefano Arienti con l’opera: “Residenza a Terrarossa” che occupa tre stanze della casa. Infine, tra gli ulivi e le erbe dei prati incolti, il tunnel a cielo aperto realizzato con elementi di acciaio di Hera Büyüktasciyan: “Echo”, che trae nutrimento dalla luce e dal vento. “Mi sono sentita come se stessi attraversando gli echi del tempo che risuonano…— dice Hera — una forma che assomiglia sia a una creatura antica, sia al fantasma di uno scheletro di animale…”. Un altro reperto fossile lontano ere geologiche o pochi anni… Un avvertimento?

E questo chiude il cerchio. Ci riporta al contenuto della “navicella dorata” del Centro Pecci Prato da dove siamo partiti.

 

 

 

 

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