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Sabato, 12 Novembre 2016 16:16

L'arte visionaria e tormentata di Ligabue in mostra al Vittoriano

Antonio Ligabue

dall'inviato Giacomo Martini

Roma - Dall’11 novembre le sale del complesso del Vittoriano, nell’Ala Brasini, accolgono un’esposizione interamente dedicata al genio tormentato e sofferto di Antonio Ligabue.

Originario della Svizzera tedesca, Ligabue (in realtà si chiamava Laccabue), emigrò nella valle padana e precisamente a Gualtieri, splendida cittadina sulle rive del Po, dove visse fino alla morte dopo essere stato espulso dal paese natale nel 1919.

Autodidatta, grazie a una visionarietà e ad una capacità di trasfigurazione straordinarie, raggiunse quella dimensione pittorica di espressionista tragico, profondamente umana e intrisa di una sensibilità viscerale che gli valsero la conquista di una propria identità e, dopo fatiche e ostracismi, i riconoscimenti da parte di appassionati e di storici dell’arte. Un’opera la sua che seppe trarre dai colori, dalle ombre e dalle luci della “bassa”, quella vitalità e quella violenza figurativa che ne hanno fatto un pittore unico per la plasticità e il cromatismo del suo itinerario artistico, segnato anche dalla segregazione e dal dolore dell’emarginazione.

Attraverso un centinaio di lavori, la mostra propone un excursus storico e critico sull’attualità dell’opera di Ligabue che rappresenta oggi una delle figure più interessanti dell’arte del Novecento. Nato a Zurigo nel 1889, dopo tormentati e inquieti anni di vagabondaggio, nel 1919 giunge a Gualtieri dove nel 1929 incontra Renato Marino Mazzacurati (artista della scuola Romana e poliedrico esponente di correnti artistiche quali il cubismo, l’espressionismo e il realismo) che ne comprende l’arte genuina e gli insegna l’uso dei colori a olio, guidandolo verso la piena valorizzazione del suo talento. Un talento che affonda la propria genesi artistica nel rapporto quasi carnale, sensuale e aggressivo con la terra e con tutti coloro che la abitano.

Con singolare slancio espressionista e con una purezza di visione tipica dello stupore di chi va scoprendo – come nell’infanzia – i segreti del mondo, Ligabue si dedica alla rappresentazione della lotta senza fine, per la sopravvivenza, di animali della foresta; si autoritrae in centinaia di opere cogliendo il tormento e l’amarezza che lo hanno segnato, anche per l’ostilità e l’incomprensione che lo circondavano; solo talvolta pare trovare un po’ di serenità nella rappresentazione del lavoro nei campi e degli animali che tanto amava e sentiva fratelli (in particolare, i cani). La sua opera è attraversata da momenti di furore malato ed incontrollabile a pause poetiche di contemplazione della natura e degli animali. Un viaggio nel misticismo della terra e del fiume ( il Po ) alla ricerca di momenti di serenità e di equilibrio sempre più distanti dal suo quotidiano diviso tra “ follia “ e ribellione.

Tra gli oli esposti, Carrozza con cavalli e paesaggio svizzero (1956-1957), Tavolo con vaso di fiori (1956) e Gorilla con donna (1957-1958), accanto a sculture in bronzo come Lupo siberiano (1936). In mostra anche una sezione dedicata alla produzione grafica con disegni e incisioni quali Mammuth (1952-1962), Sulki (1952-1962) e Autoritratto con berretto da fantino (1962).

Sotto l’egida dell’Istituto per la storia del Risorgimento italiano e con il patrocinio della Regione Lazio, Roma Capitale e Fondazione Federico II Palermo, la mostra è promossa dalla Fondazione Museo Antonio Ligabue di Gualtieri e dal Comune di Gualtieri, curata da Sandro Parmiggiani e Sergio Negri, con l’organizzazione generale di Arthemisia Group e C.O.R. Creare-organizzare-realizzare.

L’evento vede come sponsor Generali Italia. Catalogo edito da Skira. Fino all’8 gennaio del prossimo anno.

 

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