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Venerdì, 04 Dicembre 2020 14:40

Il fascino esotico del batik nell'arte di Annalisa Fusilli

L'artista Annalisa Fusilli e alcune sue opere in batik L'artista Annalisa Fusilli e alcune sue opere in batik

di Andrea Capecchi

Pistoia – Pazienza, impegno, amore e dedizione: quattro ingredienti fondamentali per creare opere con l'arte del batik.

Un'arte che a Pistoia è portata avanti, ormai da quarant'anni, da Annalisa Fusilli, maestra d'arte diplomata in arte applicata al tessuto e titolare dell'omonimo laboratorio artistico in via delle Pappe.

L'amore per questa tecnica artistica così esotica e particolare, non molto conosciuta in Italia, ha segnato profondamente non solo il percorso di formazione, ma anche la vita e l'attività professionale di Annalisa, che non senza sacrifici è riuscita a trasformare questa grande passione nel proprio lavoro. Entrare nel suo laboratorio d'arte significa perdere lo sguardo tra le sue creazioni artigianali, i suoi lavori a mano e i suoi quadri di diverso formato eseguiti con il batik; significa compiere un viaggio intorno al mondo, verso luoghi esotici e remoti, alla scoperta di questa arte così originale.

“L'arte è una passione che mi ha accompagnata fin da bambina – racconta Annalisa – per questo decisi di frequentare quello che all'epoca era l'Istituto d'Arte di Pistoia, scegliendo l'indirizzo tessuto: tra le molte attività è stato nel laboratorio di tessuto della scuola che ho imparato anche la tecnica di decorazione del batik. È stata una sorta di amore a prima vista”.

Il batik è un'antichissima tecnica di tintura “a riserva”, utilizzata per colorare i tessuti e altri oggetti mediante la copertura delle zone che non si vogliono tinte tramite cera o altri materiali impermeabilizzanti. Originario dell'Indonesia, e in particolare dell'isola di Giava, dove era utilizzato per decorare vestiti e costumi tradizionali, in particolare in occasione di cerimonie religiose e festività pubbliche, nel corso dei secoli il batik si è diffuso in India, Cina, Giappone e in Africa, dove era praticato da alcune tribù locali della Nigeria e del Senegal. Conosciuto dagli europei solo sul finire dell'Ottocento, all'inizio è considerato più una curiosità etnografica che una vera e propria forma d'arte: tuttavia, dopo il grande successo riscosso dal batik indonesiano all'Esposizione Universale di Parigi del 1900, anche questa tecnica entra a pieno titolo nell'arte e nell'artigianato europei, restando “di nicchia” ma preservando allo stesso tempo tutta la sua autenticità e il suo fascino.

Batik 2

“Io ho portato avanti la tecnica tradizionale giavanese – spiega Annalisa – che presenta numerosi passaggi: prima si isola con la cera d'api sciolta la parte del tessuto che non si vuole colorare e deve rimanere bianca; poi si immerge il tessuto in un bagno di colore, quindi si fa asciugare per passare il secondo colore, e poi ancora un terzo, e così via. È una tecnica basata sulle sovrapposizioni di colori, dal più chiaro al più scuro, per realizzare ritratti, paesaggi, nature morte, figure e divinità orientali, soggetti astratti. Bisogna disegnare al contrario, isolando ciò che non deve essere colorato, e utilizzando uno strumento detto “pipetta” che si immege nella cera calda, dotato di un foro che permette di tracciare il disegno attraverso la cera che fuoriesce”.

Non è una tecnica semplice. “Per lavorare col batik serve una grande dote: la pazienza. La realizzazione di un'opera richiede tempo e molti passaggi, è un lavoro lungo, meticoloso, di precisione e di costante attenzione. Il batik non si può correggere, qualche volta accade che la cera colata rovini i colori: in questo caso l'opera è da buttare e da rifare. È un po' come le vecchie fotografie prima dell'avvento del digitale, finchè non tolgo la cera non riesco a vedere il risultato finale: c'è anche una componente di sorpresa nella realizzazione di queste opere, che mi trasmettono goia e soddisfazione. Io nella vita di tutti i giorni sono spesso impaziente e per nulla precisa, però quando faccio il batik riesco a trovare la concentrazione e sono molto severa e pignola verso me stessa!”.

Con pazienza e dedizione, Annalisa è riuscita a trasformare la propria passione per l'arte in un'attività professionale. “Finita la scuola, nei primi anni Ottanta, ho aperto un laboratorio di tessuti e ho iniziato a lavorare come libera professionista per maglifici e serigrafie; dipingevo e decoravo tessuti su commissione per conto di terzi, negozi di confezioni e boutique, pelliccerie, ma anche per privati. Vivere di arte oggi è molto difficile, bisogna ingegnarsi e fare i salti mortali, e spesso il solo impegno non basta. Non è facile vendere le opere in batik, nel mio laboratorio la parte più commerciale è rappresentata dalle creazioni in tessuto e dall'artigianato artistico: oggi più che in passato un artista deve essere in grado di diversificare e rendere la propria arte accessibile a tutti, trovando un compromesso tra qualità del lavoro e prezzo finale. Andare incontro ai clienti e alle loro richieste è fondamentale per poter mandare avantri un'attività di questo tipo”.

Batik 1

Un importante riconoscimento per l'arte di Annalisa è arrivato dal Porretta Soul Festival, al quale l'artista ha preso parte per tre edizioni consegnando ai musicisti sul palco, durante la serata finale, dei ritratti in batik come premi alla carriera. Parallelamente, durante le giornate del festival, ha tenuto nella cittadina emiliana delle mostre personali con le sue opere in batik a tema musica soul.

“Ho partecipato a mostre personali e collettive in Toscana e una volta alla Biennale di Jesolo: queste mostre sono delle vetrine utili per far conoscere al pubblico l'artista e la sua tecnica, partecipare mi è servito per ottenere un po' di visibilità. In passato a mostre di questo tipo si riusciva anche a vendere, oggi molto poco”.

Un desiderio per il futuro? “Avere la possibilità di continuare così, a vivere di arte e in mezzo all'arte, non è affatto poco visto il momento difficile che stiamo attraversando. E spero che presto la gente riscopra l'amore per l'arte”.

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