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Lunedì, 15 Ottobre 2018 10:09

Enrico Vanzina si racconta a Presente Italiano

Vanzina e Rocco Moccagatta Vanzina e Rocco Moccagatta Leonardo Cecconi

di Leonardo Cecconi

Pistoia - In occasione di Presente Italiano, lo sceneggiatore cinematografico Enrico Vanzina è stato ospite di una interessante chiacchierata sul cinema.

Assieme a Rocco Moccagatta, si è parlato del libro Carlo & Enrico Vanzina. Artigiani del cinema popolare, in cui il giornalista milanese ripercorre la lunga carriera dei fratelli Vanzina, con sessanta film in quarant'anni di carriera. “E' stata una lunga conversazione sul modello anglosassone -premette Moccagatta- nata in modo casuale per una mia idea di fare una sorta di alfabeto sui fratelli Vanzina. Quindi una doppia natura, con una conversazione che dovesse rendere giustizia al loro lavoro ed un ritratto a 360 gradi del cinema italiano contemporaneo”.

 

Lo sceneggiatore romano ha parlato per oltre un'ora raccontandosi, raccontando cinema ed emozionandosi parlando del fratello Carlo, recentemente e prematuramente scomparso. “Abbiamo passato ore e ore a parlare per realizzare questa intervista ed è stato anche faticoso e per certi aspetti psicanalitico, ma ci ha permesso di riflettere su quello che abbiamo fatto. E' un libro non superficiale perchè realizzato da un giornalista che aveva conoscenza di quello di cui parlava, anche superiore a quello che sapevamo noi; sapere che c'è un mondo che studia quello che hai fatto, trovandone i significati, è già molto gratificante. Leggendo questo libro ci si accorge che dietro la parola cinema popolare, di base c'è grande cultura ed esiste una frase che riassume tutto questo e che dice “La cultura è quello che ci resta quando si è dimenticato tutto”. Mio padre Steno, con grande tenacia, ci diceva che dovevamo conoscere la letteratura, la storia della musica, della pittura e del teatro, perchè se non hai conoscenza non puoi fare questo lavoro. Anche quando stai all'interno di una commedia leggera, devi partire da molto lontano. Vado spesso a fare lezioni di cinema nelle Università assieme a Carlo Verdone, che è una persona coltissima ed è difficile avere una continuità se non sai da dove viene il lavoro che fai. Quando sento i giovani registi, magari al primo film che parlano di “mio cinema” sobbalzo, perchè il cinema è cinema, ed il “mio cinema” non deve essere assolutamente usato”.

 

“Noi abbiamo iniziato facendo l'aiuto regista -prosegue Vanzina- con Carlo aiuto regista a diciannove anni ed io sceneggiatore a 23 anni per “Oh, Serafina!” con Pozzetto. Dopo un flop tremendo per un film con Alan Sorrenti, incontriamo i Gatti di Vicolo Miracoli e facciamo un film che avrà enorme successo; in questa occasione conosciamo il loro fonico, Diego Abatantuono e decidiamo di lanciarlo come protagonista di I Fichissimi, altro successo. A quel punto cambiamo genere e facciamo Sapore di Mare, che nessuno voleva fare perchè era un film assurdo e successivamente Vacanze di Natale. Cambiamo poi facendo giallo, melò, iconico e poi cambiamo ancora genere, facendo film di avventura comica. Se andiamo a vedere noi abbiamo fatto pochissimi film sulle Vacanze di Natale e l'ultimo è Vacanze di Natale 2000, ma questo marchio ci rimane. Il nostro cinema è molto diverso da quello di Neri Parenti, con tutto il rispetto per questo regista, ma veramente il nostro era un modo diverso di fare commedia rispetto ai film di oggi. Senza considerare che abbiamo lanciato le serie Tv con I ragazzi del muretto”.

 

Il racconto di Vanzina prosegue in mezzo ad interessanti aneddoti e profonde considerazione sul cinema ed il modo di fare cinema. “Quando Cecchi Gori e Berlusconi crearono l'industria cinematografica Penta mi nominarono responsabile e, senza presunzione, posso dire di essere stato importante per il cinema italiano degli ultimi anni nella promozione di grandi film come Mediterraneo, Il piccolo diavolo o Nikita; chiudendo gli occhi e leggendo il libro mi sono accorto davvero di aver fatto cinema, grazie soprattutto a mio fratello, che era realmente di un'altra categoria. E' anche difficile stabilire chi faceva il regista o chi scriveva, anche se i ruoli erano ben definiti; io mi occupavo soprattutto del montaggio, ma andavo anche sul set, cercando di dare consigli. Non ho mai conosciuto nessuno che sapesse di cinema come Carlo; lui andava nelle sale cinematografiche due volte al giorno, congratulandosi con i registi se giravano un bel film. A ventuno anni è stato aiuto regista di Mario Monicelli in L'Armata Brancaleone ed Amici Miei e Monicelli, quando sceglieva un aiuto regista, non sceglieva certamente a caso. Aveva grande umilità e partiva dal grande presupposto che “Il cinema è la vita dal quale si tagliano momento di noia”. Quando parti dall'idea di non annoiare è già un passo avanti, ma devi avere anche grandissimo occhio nel cogliere le debolezze dell'uomo; stare tra la gente, andare allo stadio, andare nei mercati, aiuta moltissimo ad osservare, come diceva il grande regista Lattuada, altrimenti non puoi fare film sull'attualità. Noi abbiamo una villa a Fregene, la patria dei grande registi Fellini o Flaiano, quindi un posto di cinema. Vicino c'è una casa sfigatissima, che viene affittata solitamente a persone molto popolari, con un alto muro che ci divide. La nostra finestra del bagno permette però di vedere questa casetta e una mattina sento un inquilino che dice: “Signò, nun ce stò in negozio, stò in Sardegna”. Allora mi incuriosisco, mi affaccio e vedo questo tipo a sedere, con i piedi in una bacinella d'acqua. “Signò stò a Porto Rotondo, una favola”. Questo per dire che certi personaggi li puoi elaborare, ma non puoi inventarli, quindi la commedia puoi farla solamente guardando e ascoltando la gente, non facendo lo snob chiuso nella tue stanze. Tutto però deve essere contestualizzato in storie e da queste nasce il cinema popolare. Le cose che fanno ridere sono sempre quelle e dai tempi di Chaplin, Totò e Sordi è sempre l'atteggiamento dell'uomo di fronte a topos quasi immutabili che ti fa ridere; devi saperlo variare, ma al tempo stesso devi conoscere quello che è stato fatto prima ed il cinema deve essere fatto sul cinema. ”.

 

“La parola cult è terribile. Ricordo un mio film “La partita” con Faye Dunaway e lei mi disse una cosa bellissima: “Sono diventata una attrice di culto, ma non faccio più l'amore!” quindi diventare di culto, non ti fa avvicinare più da nessuno. I grandi registi mettono sempre un progetto di cinema all'interno di un mondo cinematografico. Nei nostri film comici abbiamo sempre messo una vena malinconica, per dare un'emozione sentimentale; bisogna scegliere soggetti drammatici e raccontarli in maniera leggera. Il più brutto film della nostra vita è stato Banzai, con Paolo Villaggio; a seguito di Io no spik inglish, un film molto carino con Villaggio stesso, seguimmo un suo capriccio di andare in Giappone a mangiare il sushi. Ed è venuto fuori un film orribile, proprio perchè non aveva alcun sentimento. Da sempre sostengo che il film faro del cinema italiano è Il Sorpasso, perchè con le musiche di Vianello, con due giorni in un ferragosto italiano e due personaggi potentissimi, viene fuori il senso della vita; quando finisce il film hai visto qualcosa che va oltre la commedia ed è una botta pazzesca. La musica è fondamentale nel cinema, più degli attori e raccontare un film senza parole, ma solamente con la forza delle immagini, è il massimo.

 

Infine l'emozione quando parla della moglie, presente all'incontro. “Mia moglie non si è mai impicciata nel mio lavoro, ma nel momento in cui le ho chiesto qualcosa mi ha sempre fatto fare la cosa giusta”.

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