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Domenica, 10 Maggio 2020 13:03

Il cinema italiano tra dubbi e voglia di ripartire

Michele Galardini (al centro) durante un'edizione passata di Presente Italiano Michele Galardini (al centro) durante un'edizione passata di Presente Italiano

di Francesco Belliti

Pistoia – Una chiacchierata sullo stato del cinema italiano ai tempi del Covid e sul futuro di Presente Italiano.

In questi mesi di sale chiuse e di distribuzioni saltate, l’intero settore cinematografico si è ritrovato, data l’incertezza dei tempi, a dover studiare nuove strade e soluzioni per riallacciare il rapporto col pubblico e, soprattutto, per venire incontro alle difficoltà di tutte le categorie coinvolte, dai produttori agli esercenti di sale.

In questi ultimi giorni, qualcosa si è mosso. Ne è testimone Michele Galardini, ideatore e direttore artistico del festival cinematografico pistoiese Presente Italiano, che ha fatto il punto della situazione sullo stato attuale del mondo del cinema italiano di fronte alla crisi.

“Premetto che, secondo me, non è del tutto vero che le diverse realtà che lavorano nel cinema abbiano fatto fronte comune – ha esordito Galardini – sono emerse due strade, in sostanza. La prima è stata tirata fuori come un coniglio dal cilindro: un portale, chiamato ‘MioCinema’ che dovrebbe permettere ai film di uscire online in accordo con le sale, per poi restare anche quando i cinema riapriranno. È una soluzione che, tuttavia, riguarda le catene, non le monosale che, dall’altra parte, stanno spingendo per il rientro fisico dei film nel loro luogo predisposto. Per loro questo è un momento devastante e sembra quasi che, con la scusa delle cosiddette sale virtuali, ci si stia preparando ad un futuro in cui l’offerta online, invece di essere un’alternativa o un appoggio, diventi sempre più preminente. La paura principale è che, in un momento in cui ci si dovrebbe mettere al tavolo e capire come ripartire, soprattutto nell’ambito delle piccole sale che sono punti di riferimento per la comunità, si cerchi di fare un discorso globale che avvantaggia soltanto le grandi realtà. Inoltre temo anche che si arrivi ad usare tali piattaforme per parcheggiare film d’autore, opere prime o indipendenti, che invece hanno bisogno della sala più dei titoli mainstream”.

Nello specifico, il progetto ‘MioCinema’ nasce da un accordo tra distributori ed esercenti di sala, nell’ottica di riprendere il lavoro di immissione nel mercato di titoli inediti che sarebbero dovuti uscire nel periodo purtroppo segnato dalla pandemia, ma anche per sostenere quei cinema che ad oggi non possono ricominciare la tradizionale programmazione.

In sostanza, si potrà acquistare un vero e proprio biglietto per vedere film sulla suddetta piattaforma online ad un orario prestabilito: l’utente quindi dovrà solo indicare il cinema più vicino a dove abita che abbia aderito al progetto, a cui andrà il 40% degli incassi. Ma, come affermato da Galardini, non tutte le sale sono state incluse e l’offerta distributiva non sembra segnare un passo in avanti rispetto al passato.

“Ci stiamo scordando di una cosa – continua Galardini – il grande problema del cinema in Italia non sono i vari Netflix o Amazon Prime Video, ma gli accordi di distribuzione: contratti capestro che favoriscono i grandi gruppi a scapito di sale che vorrebbero fare multi-programmazione. Si dovrebbe ripartire anche ripensando lo strumento della distribuzione, a partire dagli enti regionali che operano nel territorio”.

Un’altra categoria molto colpita dalla pandemia è stata sicuramente quella dei festival di cinema: tra quelli annullati e quelli rimandati a data da destinarsi, si parla molto oggi della possibilità di una loro parziale, se non totale, conversione all’online.

“Il problema dei festival, ma anche il loro valore, è che, aldilà dei momenti di programmazione in sala, esso è un momento in cui il cinema vive, in cui è centrale il confronto fra critici, addetti ai lavori, attori, registi. È fondamentale il confronto all’interno della sala stessa, alla fine della proiezione, durante gli incontri con l’autore. È un microcosmo a sé: non è solo un posto dove possiamo vedere film che potrebbero perdersi nella distribuzione. Un festival è soprattutto una scelta fatta da persone che lavorano tutto l’anno per selezionare dei prodotti che potrebbero delineare le correnti del cinema presente e futuro: una proposta culturale, insomma”

“Sull’online – prosegue Galardini – ci sono pro e contro. Da un lato c’è la possibilità di avere un’offerta alternativa che ti permetta anche di aggirare programmazioni contigue, dall’altro è una visione diversa e più distratta. Non è come essere al festival, questo deve essere chiaro. Il fatto che esso possa andare online è una situazione temporanea. È una ‘conditio sine qua non’, questa: una volta superato questo momento, si dovrà ritornare a vivere i festival come prima. Nel mio caso specifico, Presente Italiano soffre più di altri questa cosa perché, anche nell’ipotesi di fare un’edizione online, bisognerà fare i conti con una serie di problemi legati alla fruizione. Penso ad esempio ad un pubblico over 65, abituato alla sala ma non alla tecnologia, o, più in generale, a chi non ha la connessione o vede il film a scatti. Quello che abbiamo costruito a Pistoia è molto legato allo spazio fisico, alla città e alla sala, ossia il Cinema Roma, l’ultimo monosala rimasto. Proveremo a reinventarci quest’anno, ma sarà molto dura”.

Ci sono tuttavia anche i risvolti positivi. “Intorno ai tanti festival che si svolgono in Italia inizia ad esserci un vero coordinamento. Noi come Presente Italiano facciamo parte da due mesi di AFIC (Associazione Festival Italiani di Cinema), che in questo momento ha chiesto a tutti di fornire delle ipotesi di date così da creare un calendario per non creare sovrapposizioni. Andando online, inoltre, puoi arrivare anche ad un pubblico che non è della tua città: per Presente Italiano dunque, oltre ai limiti, vedo anche l’opportunità di essere seguito da persone di tutta Italia. Se invece fossimo messi in mezzo ad altre manifestazioni, allora spariremmo completamente. Si creerebbe un caos che non farebbe bene a nessuno”.

Ma come sarà il cinema italiano di domani? Che cosa vorrà vedere il pubblico quando questa crisi sarà definitivamente alle spalle? Ci sarà l’entusiasmo di ritornare in sala o la paura e la rafforzata abitudine a consumare comodamente da casa incideranno in negativo?

“Spesso sento le persone riferirsi all’andare a vedere un determinato film con l’espressione ‘per staccare il cervello’: una cosa che mi ha fatto sempre orrore, anche se non credo che parlino sul serio. Io invece credo che la gente abbia voglia di tornare al cinema: non penso che sarà facile all’inizio, specie per gli over 65 che sono il target principale delle sale. In questo ritorno graduale non vedo particolari problemi di contenuti e non credo che le persone cercheranno solo cose leggere, anche perché penso che ne abbiano abbastanza dopo mesi di sola offerta televisiva. Il cinema è il cinema”.

“Una cosa, invece, che mi ha fatto senso in questo periodo – prosegue Michele – è che la Rai non abbia dedicato degli spazi a film italiani d’autore. Come emittente, produttrice e distributrice, ha una library molto grossa e sarebbe stato il momento giusto per offrire ad un pubblico generalista prodotti più di qualità, invece che riproporre le solite fiction. Il cinema italiano, invece, affronta un periodo grigio da ben prima della pandemia, quindi è molto difficile capire cosa lo aspetta. Aspetto, invece, con orrore l’arrivo dei vari film o documentari sul Covid-19. Se potessi esprimere un desiderio, chiederei di far passare almeno un anno, anche due, prima di far uscire prodotti del genere: ci vuole il giusto tempo di riflessione, si deve capire fino in fondo cosa sta succedendo e vedere cosa sarà il dopo”.

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