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Giovedì, 14 Maggio 2020 17:55

La cultura non è un intrattenimento!

di Andrea Capecchi

Pistoia – “Abbiamo un occhio di attenzione verso i nostri artisti, che ci fanno tanto divertire”.

Molti professionisti del mondo culturale, che da anni lavorano, non senza difficoltà e sacrifici, nei settori del teatro, della musica, del cinema o delle arti figurative, sono rimasti a dir poco esterrefatti da queste parole, pronunciate ieri sera dal presidente Giuseppe Conte, durante la conferenza stampa a reti unificate per illustrare le misure economiche contenute nel “Decreto Rilancio”. Un passaggio del lungo intervento del premier ha riguardato anche la cultura: ma come è stato trattato questo argomento? In un modo che ha fatto indignare gli “artisti”, e più in generale coloro che operano nel mondo della cultura, citati da Conte in un passaggio del suo discorso. In tanti hanno scritto sui social per ribadire la propria dignità professionale e il proprio ruolo sociale, stigmatizzando in maniera civile ma aspra i termini utilizzati dal premier nella sua conferenza stampa.

Ecco le parole “incriminate”: “non dimentichiamo neppure il settore della cultura, abbiamo un occhio di attenzione verso i nostri artisti, che ci fanno tanto divertire e ci fanno tanto appassionare”.

Il problema non riguarda il giudizio politico sul presidente Conte, né quello sulle misure varate dal governo per il sostegno alla cultura in questo difficile momento di crisi. La questione è più ampia e riguarda l’idea e la concezione che i nostri governanti hanno della cultura e dei suoi operatori: dalle parole sopra riportate si ha l’impressione – sbagliata? però l’equivoco c’è – che la cultura è vista come un settore di intrattenimento, una sorta di spettacolo il cui scopo è far divertire il pubblico con disimpegno e leggerezza. Non è un’accusa né una polemica nei confronti del premier, che può essere stato tratto in inganno dalla fretta o non aver dato eccessivo peso alle parole precise che in quel momento stava pronunciando. Fatto sta che ne è uscita fuori una definizione piuttosto “infelice” del lavoro dell’artista.

Un lapsus involontario? Ma la “gaffe” rimane e non è passata inosservata. E gli artisti, giustamente, ci tengono a ribadire il loro ruolo, che non è quello di semplici comici; o peggio ancora di essere considerati alla stregua di giullari o saltimbanchi di medievale memoria, la cui funzione era allietare il popolo e le corti con giochi, scherzi e sollazzi. Non si sentono affatto i professionisti del divertimento e dell’intrattenimento. Perchè, sottolineano, la cultura è ben altro: “se si è trattato di una leggerezza, di una parola buttata lì senza pensarci, l’errore resta grave ma è scusabile. Se invece quello è ciò che i nostri governanti e le istituzioni pensano veramente del nostro lavoro, allora dobbiamo fare una profonda riflessione sul ruolo, purtroppo marginale e buffonesco, che in Italia viene attribuito alle attività culturali e a chi lavora in maniera professionale in questi settori”.

Non è un problema di “soldi”, ovvero di quanto il governo elargirà a sostegno della cultura: ciò che ha fatto indignare gli artisti è proprio il concetto sbagliato di cultura che, con un’affermazione del genere, rischia di “passare” dalla politica e di diffondersi presso i cittadini. Alcuni lamentano il fatto che a parole la cultura venga spesso invocata come il “petrolio” o la vera ricchezza dell’Italia; nei fatti, però, di fronte a queste affermazioni “cadono le braccia” e non si comprende come si possa pensare a una ripartenza del Paese attraverso il “motore” della cultura, se la dignità degli artisti viene svilita in questo modo.

Qualcuno ricorda che in realtà non c’è nulla di nuovo sotto il sole della cultura italiana: non è per giustificare Conte, ma è solo l’ultimo anello di un processo di delegittimazione del lavoro intellettuale degli artisti – con ovvie ricadute sul piano economico e professionale – in corso già da parecchio tempo.

Qualcun altro, infine, ricorda che la “cultura come divertimento” è forse il retaggio di una visione parziale e superficiale, di chi ha visto qualche cinepanettone o qualche spettacolo di teatro comico, ma che denota la mancanza di una reale conoscenza di che cosa sia realmente la cultura e, soprattutto, l’artista. L’artista, infatti, non fa divertire. Magari fa ridere, ma è quasi sempre un riso grottesco e amaro, che ci deve spingere a riflettere, a mettere in moto i meccanismi della nostra mente e del nostro cuore. L’artista deve far pensare, deve farci arrabbiare e indignare, deve sbatterci in faccia le nostre ipocrisie e contraddizioni, deve irridere il nostro perbenismo e falso moralismo, deve farci commuovere, deve buttar fuori i nostri sentimenti, deve creare scandalo, deve denunciare le ingiustizie e le vergogne della nostra società, deve spingerci a combattere sempre per ciò in cui crediamo.

Molto più di intrattenere e divertire.

 

 

 

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