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Mercoledì, 21 Ottobre 2020 18:08

Presente Italiano, in "Molecole" la Venezia "enigmatica" di Segre

di Riccardo Bonaguidi

Pistoia - La seconda giornata del festival cinematografico "Presente Italiano" si è aperta con la proiezione di "Molecole", il nuovo documentario del regista Andrea Segre.

Presentato fuori concorso alla  77' edizione del Festival del Cinema di Venezia, a Settembre, il documentario è uno dei film concorrenti nel Festival cinematografico pistoiese di scena, fino a venerdì, al Cinema Roma.  

Gli esordi di Segre, sin dal primo documentario  del 1998, "lo sterminio dei popoli zingari", sono segnati da una particolare attenzione alla questione sociale, con specifico interesse al tema della condizione di marginalità di culture e popoli. Nel 2008 esce "Come un uomo sulla Terra", il documentario realizzato con la collaborazione di Dagmawi Yimer e Riccardo Bidene che tratta il tema della migrazione clandestina dal Nord Africa e mette in luce le relative responsabilità dei paesi europei, arrivando tra i finalisti del David di Donatello. 

Nel 2011 esce il primo film di finzione "Io sono Li'' con il quale vince, primo autore italiano riuscirci, il Premio Lux del Parlamento Europeo. 

Nel corso degli anni l'interesse di Segre si fa sempre più marcatamente introspettivo. Lo spazio esterno diventa via via una dimensione che si concilia con l'indagine esistenziale.

Con "Molecole" l'indagine arriva a sfiorare le vette più elevate e l'affondo nei meandri misteriosi dell'esistenza si fa più drammatico.

L'occasione per girare il documentario si presenta a Segre poco prima del confinamento indetto dal Governo lo scorso Marzo a causa dell'emergenza Covid. È il 25 Febbraio, martedì grasso. In quel periodo normalmente la città è animata dai festeggiamenti per il Carnevale, ma quest'anno l'arrivo del Virus ha interdetto le feste costringendo migliaia di turisti a tornare a casa. Così Venezia nel giro di pochi giorni si svuota. Il brullicare degli avventori si trasforma in un costante silenzio e nella laguna echeggia soltanto il gracchiare dei gabbiani.

Segre era giunto a Venezia con un'altra idea ed un altro progetto: raccontare l'impatto del turismo sull'identità della laguna. Ma quello che ben presto si trova davanti - e che non può non documentare -  è uno scenario che sembra apocalittico. Le piazze sono deserte. Le acque dei canali sono piatte, prive di quel moto ondoso causato dall'affollamento di barchini, gondole e batteli che normalmente l'attraversano. Il grigiore e la nebbia dei mesi invernali danno un aspetto noir alle architetture. Tornato a Roma rielabora il materiale raccolto e quello che ne viene fuori è un documentario fortemente introspettivo. 

È un parallelismo metafisico quello che Segre riesce a costruire seguendo un filo narrativo che si dipana tra il tema dell'asssenza e quello del silenzio in un costante contrappunto tra  le vicende esterne e quelle private. L'analisi introspettiva si avvicenda ai quesiti ed alle dinamiche sociali che la città, costretta ormai a vivere di turismo, sembra sollevare. Molti tra gli abitanti, a causa del carovita, abbandonano le proprie case per andare altrove. Chi resta, invece, deve fare i conti con costi allucinanti e il disagio delle mareggiate sempre più aggressive. 

Alla questione sociale predomina però, nel documentario, il tema della riflessione personale. L'immagine di una Venezia un enigmatica diventa simbolo e teatro per analizzare il complesso rapporto con il padre, Ulderico Segre. 

Attingendo ai filmati ed alle fotografie scattati dal padre il regista interseca il candore metafisico della città alle soglie del Lockdown con lo sguardo geometrico e snello sugli scorci di una Venezia del passato. I colori pastellati del presente si incrociano ai toni sbiaditi delle immagini riprese in gioventù dal padre con una super 8 ed ai contrasti delle fotografie in bianco e nero sempre da lui scattate.

Fuori campo la voce narrante di Segre accompagna lo spettatore fin dentro i meandri più profondi e le complessità della relazione personale con il padre. 

Il problematico rapporto padre - figlio diventa così occasione di riflessione sugli interrogativi dell'esistenza. Una serie di domande, che non trovano mai risposta, incalzano lo spettatore lungo tutto il film.

Prendendo spunto da una vecchia lettera scritta vent'anni fa, quando aveva 25 anni, Segre evidenzia tutte le fragilità del legame paterno dettate da una costante incomunicabilità. Ormai il padre è morto e quegli interrogativi restano sospesi. Segre allora guarda a Camus, autore prediletto del padre e nelle pagine de "lo straniero" , lette e rilette da Ulderico, sembra poter trovare una soluzione. 

Il tema del destino come fardello irrinunciabile di ogni uomo si lega cosí all'altra grande tensione che vibra lungo tutto il documentario, quella tra il visibile e ció che pur essendo invisibile, come le molecole, riesce a definire comunque perimetro e senso all'esistenza.

 

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