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Domenica, 25 Ottobre 2020 15:40

Nuovo Dpcm, un'altra "mazzata" alla cultura

di Andrea Capecchi

Pistoia – Almeno fino al prossimo 24 novembre "si dispone la chiusura di cinema, teatri e sale da concerto".

Così recita il testo dell'ultimo Dpcm firmato dal premier Conte, in vigore dal 26 ottobre fino al 24 novembre, ma con la possibilità di essere "superato" da un eventuale nuovo decreto e di essere prorogato oltre la data di termine. Con questa nuova misura, ancor più restrittiva rispetto alle precedenti, cinema e teatri sono di fatto costretti a chiudere, con l'inevitabile cancellazione degli spettacoli e dei cartelloni in programma per il prossimo mese, che dovevano segnare, dopo i tentativi del periodo estivo, un primo passo verso la ripartenza e la ripresa della programmazione culturale.

Niente di tutto questo: bisognerà, ancora una volta, chiudere i battenti e aspettare buone notizie sull'evoluzione della pandemia. Certo, di fronte alla salute e alla sicurezza sanitaria tutto diventa secondario: molti aspetti della nostra vita quotidiana diventano "non prioritari" e "non essenziali", se di mezzo c'è la vita umana.

Parafrasando la massima latina, attribuita a Hobbes, "primum vivere, deinde philosophari": prima bisogna badare alla realtà, alla concretezza, alla sopravvivenza, poi a tutto il resto.

Però cosa accade se questo "resto" si è impegnato, a costo di enormi sforzi e sacrifici, anche economici, a rispettare tutte le norme in vigore sulla sicurezza, la tracciabilità e il distanziamento sociale? Si ignora il suo impegno e si fa chiudere lo stesso? Si ammette che le direttive emanate in passato erano inadeguate, e si vanificano così gli sforzi compiuti? Già dall'inizio di settembre cinema e teatri (che Conte ha citato, nella sua conferenza stampa, dopo le sale da gioco e per scommesse: a voler essere cattivi, un indizio di quanto il premier tenga in considerazione il mondo della cultura, che "ha già molto sofferto nei mesi passati") hanno iniziato un percorso di messa in sicurezza e sanificazione degli ambienti, tracciamento e identificazione di tutti gli utenti in caso di eventuali positività al Covid, adozione del distanziamento sociale, in molti casi ben superiore al metro previsto dai regolamenti (come avviene, per esempio, nelle scuole).

Andare a teatro o al cinema in tempo di pandemia è un'esperienza diversa rispetto al passato, manca il rapporto interprersonale, lo scambiare un commento o una battuta sottovoce con il vicino di posto: ma è un sacrificio necessario, una regola per la sicurezza di tutti, che il pubblico ha già dimostrato di saper accettare e rispettare. Per chi entra a teatro, per esempio, è prevista l'attesa del suo turno d'ingresso in una fila ordinata, mantenendo il distanziamento; prima di entrare, viene misurata la temperatura tramite dispositivo elettronico, e l'utente deve compilare e firmare un modulo indicando generalità e reperibilità, ai fini del tracciamento sanitario; in platea, si è distanziati di due posti a sedere, con occupazione di metà delle file; nei palchi sono ammessi solo i nuclei familiari o i congiunti, fino a un massimo di quattro persone; per tutta la durata dello spettacolo e della permanenza all'interno del teatro, è obbligatorio l'uso della mascherina.

Come si vede, non sono sacrifici da poco: eppure, a fronte dei maggiori impegni in termini di sicurezza e dei minori incassi derivanti da una capienza ridotta al 30%, le associazioni teatrali del territorio (come l'Associazione Teatrale Pistoiese o il Teatro Metastasio di Prato, solo per fare due esempi) hanno scelto, con coraggio, di proporre ugualmente al pubblico un cartellone di spettacoli dal vivo, consapevoli della necessità di lanciare un "segnale" positivo, sia verso i cittadini, sia verso l'intero comparto della cultura.

Lo stesso vale per il cinema: per le piccole sale cinematografiche, in particolare, la riapertura è stata una vera e propria boccata d'ossigeno, così come importante è stata la conferma, pur in modalità ridotta e in forme più "agili", dei festival cinematografici autunnali. Proprio la scorsa settimana si è svolto a Pistoia il festival "Presente Italiano", giunto alla sua sesta edizione, che pur non potendo portare in città i grandi nomi del cinema nazionale, è riuscito, almeno per qualche giorno, a riaccendere la passione e la voglia di tornare in sala, insieme e in sicurezza, per vedere un film "in presenza".

Anche i "crudi" numeri confermano questo grande sforzo. Come ribadito da Agis e Assolirica, "quello dei teatri, del cinema e della musica dal vivo è un settore gravemente penalizzato, nonostante sia uno dei più sicuri secondo i dati sui contagi: dalla riapertura di giugno, su 347.262 spettatori che hanno comprato un biglietto per un concerto o un spettacolo, solo uno è risultato positivo al Covid". E così, nonostante il "dolore" espresso dal ministro Franceschini, teatri e cinema chiudono, mentre scuole, mezzi pubblici, uffici e chiese restano aperti, pur avendo adottato le stesse misure di sicurezza e di distanziamento.

E poi c'è la questione dei lavoratori del mondo dello spettacolo, dei professionisti e di tutto l'indotto che ruota attorno alla cultura. Perchè non è vero, come ebbe a dire anni fa un ministro dell'economia, che "con la cultura non si mangia": cinema, musica e teatro non sono banale "intrattenimento", ma attività professionali di alto livello e alta specializzazione, con migliaia di professionisti – attori, musicisti, tecnici – che lavorano in un settore ancora poco considerato, e la cui attività è la prima ad essere inclusa nel novero di quelle "non essenziali".

Sono molti gli attori e i musicisti, in particolare quelli indipendenti e autonomi, che, dopo le chiusure della scorsa primavera, non hanno potuto ancora ricominciare a lavorare, oppure hanno dovuto "fare i salti mortali" per adeguarsi alle nuove regole anti-Covid. E la loro speranza si è tramutata in rabbia di fronte al nuovo Dpcm, che rimanda a un tempo indefinito la ripresa delle attività artistiche e di laboratorio, consegnandoli a un nuovo "limbo" dai contorni indefiniti. E sui social si stanno facendo sentire.

Che cosa augurarsi, a questo punto? Che le nuove misure adottare siano veramente utili a frenare la curva dei contagi e che siano estese per il tempo più breve possibile, almeno per quanto riguarda il settore della cultura. Ma guardando indietro non c'è da essere ottimisti, purtroppo. Troppe sono le contraddizioni e le incongruenze, i "cambi di rotta" e i divieti imposti a un mondo, quello della cultura, che a parole doveva costituire il "faro" della ripartenza, ma che nei fatti è stato il primo a subire la nuova chiusura.

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