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Lunedì, 27 Luglio 2020 11:04

Teenage Blues: sette anni di ricordi

I The Lumineers in concerto al Pistoia Blues nel 2014 (fotografia di Giovanni Fedi) I The Lumineers in concerto al Pistoia Blues nel 2014 (fotografia di Giovanni Fedi)

di Guendalina Ferri

Pistoia – 2013. Ho diciassette anni e – se escludiamo le serate musicali delle feste paesane, coi palchi smontabili stretti tra i baracchini dei bomboloni e della birra – non sono mai stata a un concerto.

È la prima volta che pago un biglietto per ascoltare della musica dal vivo.

Il concerto di stasera mi interessa – d’altronde è Ben Harper, che ho cominciato ad ascoltare qualche mese fa perché lo ascoltava il ragazzo che mi piaceva e che poi è rimasto nella playlist del mio telefono e nella pila di cd della mia stanza. Ascolto ancora i cd. Pazzesco. Il tipo in questione non mi piace più, ma Ben Harper ancora sì.

Siamo io e una mia amica. I biglietti li ha presi mia mamma alla Coop un giorno che è andata a fare la spesa, e li ha presi sugli spalti. Sbuffiamo un po’ mentre ci arrampichiamo fino a: Tribuna Lato Tribunale, fila R, posti 13 e 14. Perché gli spalti son vuoti e i pochi che ci sono hanno tutti molti più anni di noi. I giovani sono giù, in piazza, ma mia mamma ha una paura atavica del Blues, o forse dei concerti, o forse delle resse, e quindi i biglietti li ha presi in un posto sicuro e sopraelevato. Il clima rilassato della serata è benedetto da mio nonno, che prima di salutarmi e di consegnarmi al torbido mondo dei concerti, sulla soglia di casa, mi dice teneramente: “Fai attenzione che al Blues c’è pieno di drogati”.

Il nonno e la mamma probabilmente non frequentano il Blues da diversi anni, perché quella sera in piazza del Duomo io e la mia amica troviamo anche meno vita di quanto volessimo. Tanto che alla seconda canzone decidiamo di rinnegare il nostro costoso posto a sedere e di tuffarci nel parterre – quest’anno ho scoperto che si chiama “prato” e che se lo chiamo “parterre” mi danno di scema. Compriamo due birre. Sono un po’ impacciata: ora che sono in piedi, in mezzo alla gente, non capisco come mi debba muovere. Come si balla ai concerti? Guardo le persone intorno a me. Si dondola, pare. Ma il movimento oscillatorio mal si combina col bicchiere colmo di birra che tengo in mano, come scopro rovesciandone mezza sui lastroni di piazza del Duomo. Altri saltano, perlomeno sulle canzoni più ritmate.

Finisco la birra e ci provo: sembra che abbia degli spasmi e prima di attirare l’attenzione della Croce Verde, appostata sotto il Battistero, decido di non provarci più. Cantare? Sì, però quelli accanto a me mi sentono. Poi sennò non sento Ben Harper. Basta via, guardo e ascolto. Sono alta un metro e 67. Quelli davanti a me a quanto pare ci hanno raggiunto in piazza subito dopo l’allenamento di basket. Per gran parte della serata non vedo niente di quel che succede sul palco, ma siamo troppo stipati per spostarci.

Comunque è una serata così memorabile che continuo a parlarne per giorni.

2014. È l’anno in cui io e le mie amiche capiamo che al Blues, oltre la musica, c’è molto altro. Nella fattispecie: la sangria. Ho compiuto diciotto anni da qualche mese e gran parte dei miei risparmi se n’è andata nella scuola guida e nel concerto degli Arctic Monkeys, sempre al Blues, quindi la sera in cui suonano i Lumineers decidiamo di “ascoltarli da fuori”.

Una nota a margine sull’”ascoltare da fuori” al Blues: tutti ci abbiamo provato e tutti abbiamo fallito. È impossibile ascoltare alcunché, confinati al di là delle transenne di via degli Orafi o di quelle, più silenziose, delle viuzze che da piazza del Duomo rimandano verso il Bolognini o piazza San Lorenzo. E nonostante questa amara consapevolezza, ogni anno c’è sempre la serata in cui diciamo “ma sì dai, andiamo a ascoltare da fuori”. In realtà il tentativo si consuma in fretta, ci si guarda e si va a fare un giro sulla Sala; del concerto si può sentire giusto qualche colpo di grancassa assestato con particolare forza.

Comunque, decidiamo di ascoltare da fuori e ci rendiamo conto ben presto che la cosa non può funzionare.

“Ma se facciamo un giro?” propone la prima disposta ad accettare la nomea di Quella-Che-Non-Ci-Ha-Creduto-Abbastanza. Noialtre ci diciamo d’accordo – “Vabbè dai magari torniamo dopo, magari si sente di più” – e ci infiliamo sulla Sala. Lì scopriamo i banchini che, appostati fuori dai locali, vendono ampi bicchieri di plastica colmi di sangria. Di quella serata conservo una foto, scattata sui gradini di un fondo vuoto in via del Cacio: cinque diciottenni non troppo avvezze all’alcol, che dopo un po’ vengono folgorate da un pensiero che lì per lì sembra geniale.

“Aspettiamo che finisca il concerto e andiamo a farci fare l’autografo dai Lumineers” dice una. Sembra veramente un’idea clamorosa e quindi trotterelliamo di nuovo fino a piazza del Duomo.

La scena successiva è quella di una piazza svuotata, un’ora e dieci più tardi, con una decina di persone accalcate intorno al loggiato del Palazzo di Giano. Non siamo riuscite a “ascoltare da fuori” – e dire che per le ultime canzoni ci abbiamo provato di nuovo, inutilmente – ma siamo decise a fare una foto coi Lumineers. L’entusiasmo esagerato all’idea e l’intorpidimento che abbiamo addosso hanno un’origine comune: la sangria di cui sopra. Cancellano pure un sottile senso di colpa quando alla fine i Lumineers appaiono, la foto la scattano, il quadernino lo autografano, e nel mentre ci dicono: “Grazie per essere venute al concerto!”.

2015. L’anno dopo sono ancora più povera, tanto che io e l’amica con cui decidiamo di andare ad ascoltare Passenger “da fuori” – non impariamo mai – partiamo già con l’idea di spendere solo i 5 euro di un panino con la porchetta prima di farci un giro in centro.

Quest’anno c’è una novità, forse dovuta al fatto che in piazza, per Passenger, non c’è il pienone: nei vari locali del centro sono stati distribuiti dei volantini che, consegnati alla biglietteria del festival, assicureranno uno sconto del 50% sul biglietto del concerto. A farcelo sapere è una nostra amica, famosa per l’abilità con cui riesce a imbucarsi ai concerti; si vocifera che una volta si sia introdotta in piazza del Duomo vestita da paninaro.

Così io e la Marta ci mettiamo in cerca di questi fantomatici volantini. A un certo punto ci viene in mente di andare alle transenne di via Roma, dove ormai non c’è più nessuno in fila, per capire se qualcuno lì sa darci qualche informazione in più. Uno dei tizi che controllano i biglietti ci sente e ci guarda con una certa tenerezza. Alla fine, in un locale del centro, troviamo i tanto agognati volantini: il titolare ce ne dà cinque, “tanto ormai non li prende più nessuno”. Corriamo alla biglietteria per scoprire che ha appena chiuso. Il concerto è cominciato da una mezz’ora buona.

Deluse, torniamo alle transenne con l’idea di “ascoltare da fuori” – c’è ormai qualcosa di patetico e romantico in questo gesto – quando il tizio del controllo biglietti che prima ci guardava con tenerezza ci vede, ci domanda: “Li avete poi trovati i volantini?”. Sì, ma la biglietteria è chiusa ormai. Lui ci guarda di nuovo compassionevole, lancia un’occhiata alla piazza che – povero Passenger – è mezza vuota, e poi ci fa un cenno: “Entrate, via”.

2016. Vent’anni. Vado a vedere gli Skunk Anansie insieme a mio fratello. E poi anche a vedere Mika, perché un’amica all’ultimo momento non può più andare e mi regala il suo biglietto. Negli anni sono stata a molti concerti, di artisti che mi piacevano molto più di Mika.

Però ricordo nitidamente che quella sera – forse proprio perché la musica mi coinvolge meno e riesco a essere più distaccata, o forse perché proprio quel giorno ho concluso la prima sessione d’esami estiva della mia vita, o forse perché dopotutto la musica è allegra e in mano ho un bicchiere pieno della birra cattiva dei concerti – circondata da gente che balla nella piazza illuminata, penso che il bello dei concerti è questo: che ti sottraggono a un tempo e uno spazio definiti e ti proiettano in uno stato di cose sospeso, in cui non hai più un’età, tutto ti sembra più luminoso e possibile, e resti a metà tra la gioia intensa che questo non-tempo ti regala e il desiderio bruciante di reimmergerti al più presto in una vita che fino a oggi pomeriggio non ti sembrava così bella e energica e piena di possibilità, e invece.

2017. “Ma come, non lo fa alla fine il concerto?”.

“Eh, no. Mi girano, però alla fine ha messo pioggia, è inutile andar tutti lì e poi dover tornare a casa dopo poco perché si mette a piovere”.

Questa edizione del Blues la sto seguendo da 2000 chilometri di distanza. Sono le ultime settimane del mio Erasmus in Portogallo. Dallo schermo del telefono, in chiamata Skype, la mamma mi racconta di quello che doveva essere il suo ritorno al Blues dopo anni – grazie al concerto di Franco Battiato – e che invece è sfumato per le condizioni meteorologiche avverse.

Dalla mia stanza portoghese penso che il Blues mi manca parecchio. Lo scrivo su Whatsapp a un mio amico: “Oh, l’anno prossimo i concerti ce li facciamo tutti, eh”.

2018. Non me ne garba neanche uno. Vado solo al mercatino, una sera, lamentandomi che quest’anno non me ne garba neanche uno. E dire che l’anno scorso, in Portogallo, mi mancava così tanto.

2019. Torno a vedere Ben Harper insieme a un mio amico. È un’estate frenetica, intensa. Prendiamo una birra e ci sistemiamo al centro della piazza, nel parterre – ormai ho raggiunto un’età in cui quasi nessuno dice più “prato”, e comunque se anche non lo dicono non prendono di scemi.

“Ma lo sai che Ben Harper è stato il mio primo concerto, sei anni fa?” dico al mio amico. Nel frattempo ne ho collezionati quasi trenta, e ho capito che non potrei mai farne a meno. Ripenso a quella sera del 2014 mentre oscillo a ritmo di musica – la birra va alzata al cielo con maestria per non farla cadere: è una cosa che ho imparato più o meno nel 2016 – salto sui pezzi veloci, canto forte. Piazza del Duomo, stretta intorno al pubblico che balla, sembra un abbraccio di pietre e mattoni.

Per prima mi ha insegnato a amare queste due ore di energia e musica, di balli e birre, di contatto umano e momenti d’irrealtà, nella bellezza scoordinata dei palazzi antichi bagnati dal suono delle voci e delle chitarre, vibranti dei colpi di grancassa. Mi ha accompagnata in questa scoperta – che si colloca nella scoperta più grande che è la fine dell’adolescenza, ma questa è un’altra storia.

Dal primo concerto sono cambiate tante cose, mi rendo conto mentre ascolto la voce un po' graffiata di Ben Harper. Una, però, è rimasta sempre uguale.

Sono alta sempre un metro e 67 e continuo a non vedere niente di quel che succede sul palco.

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