Speciali Reportcult: PISTOIA BLUES | PRESENTE ITALIANO


 
 

Martedì, 04 Agosto 2020 18:17

La prima volta al Blues, mia e di Sting

Sting in concerto al Pistoia Blues nel 2015 (foto di Stefano Di Cecio) Sting in concerto al Pistoia Blues nel 2015 (foto di Stefano Di Cecio)

di Stefano Cavalli

Pistoia - Per anni, per me, il Pistoia Blues è sempre stato altro dai concerti consumati in Piazza del Duomo.

È stato un suono lontano che attraversava le strade del centro di Pistoia, la calca che procedeva a fatica tra una bancarella e l’altra, il chiacchiericcio entusiasta di chi ha bevuto un bicchiere di troppo.

Mai un concerto vissuto dal vivo sotto il palco.

Mai l’idea che la musica suonata fosse più importante di quello che accadeva intorno.

E forse non è un caso che il mio primo ricordo del Pistoia Blues, in quanto Festival musicale (legato ad andare a vedere chi suona, insomma!), abbia a che fare con delle prime volte: la prima volta del Blues senza le sue bancarelle tradizionali, la prima volta al Blues di Sting.

È il 2015 e succede così che per “colpa” di un amico che aveva comprato un biglietto di troppo e alla vigilia del mio compleanno (che è il 25 luglio, cioè S.Jacopo, patrono cittadino) mi ritrovo ad assistere al concerto dell’ex-leader dei Police.

La serata è introdotta, mi perdoni il musicista in questione, da “non mi ricordo chi” che lascia piuttosto freddo il pubblico, salvo che per qualche timido applauso di incoraggiamento.

La gente vuole Sting e così quando sale sul palco il tripudio è immediato.

Io conosco a malapena una manciata di canzoni del suo repertorio (Roxanne, Message in A Bottle, Every breath you take e Desert Rose) ma l’entusiasmo contagioso dei presenti travolge anche me e in breve mi trovo inghiottito nella folla, perdendo di vista il mio amico.

Quella provocata dal palco dal cantautore britannico è una scarica di energia che mi sorprende. I musicisti intorno a lui sono evidentemente all’altezza della situazione e l’impressione complessiva che ho è quella di uno show pensato in ogni minimo dettaglio ma senza tanti fronzoli. Perché la musica, e solo quella, deve parlare. 

Io cerco di stare dietro ai testi che non so e sbraito qualche parola provando a imitare gli altri che, intorno a me, conoscono anche le virgole.

Lo show, alla fine, si rivelerà relativamente corto (un’ora e mezzo in tutto) ma denso, tanto che nessuno, compreso il sottoscritto, si sentirà di recriminare niente a Sting e alla sua band. I brani famosi, quelli che tutti vogliono sentire, sembra che siano stati fatti. Nessuna lamentela.

Quando suona l’ultima nota mi ritrovo entusiasta, senza voce, con la certezza che il giorno dopo le gambe mi faranno male da quanto ho saltato e con la consapevolezza che Sting non è un triste signorotto inglese che fa musica noiosa (come pensavo, lapidatemi per la mia ignoranza, fino a qualche ora prima).

Da quel momento la mia media concerti al Pistoia Blues è timidamente migliorata e se lo spazio me lo concede non posso fare a meno di citare il concerto, dell'anno scorso, di Noel Gallagher, ex-leader degli Oasis e dunque colonna sonora della mia adolescenza.

Il Pistoia Blues, intanto, ha cambiato sempre più pelle, ospitando nomi importanti anche lontani dal genere che da il nome al Festival ma non dimenticando, quando è possibile, le sue origini.

Da quel giorno, in ogni caso, per me “il Blues” è diventato il posto dove si ascolta la musica e dove le bancarelle e il chiacchiericcio entusiasta sono solo un (un po’ nostalgico) ricordo.

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