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Lunedì, 20 Luglio 2015 02:00

Dream Theatre: velocità e virtuosismo ammaliano il Pistoia Blues

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Dream Theatre: velocità e virtuosismo ammaliano il Pistoia Blues (fotografie di Giovanni Fedi)

di Riccardo Gorone

Pistoia – Siamo ormai nel 2015 ma è ancora troppo presto per essere abbandonati dalla musica dei cinque enfants prodige provenienti da Boston che nel lontano ‘85, tra le mura dell'accademia Berkeley, fondarono il gruppo Dream Theater.

Partiti come ricerca estremamente sperimentale, si sono poi mutati in progressive e , in tal senso, anche il nome iniziale non lasciava presagire nulla di buono: “Majesty”. La storia racconta che col senno di poi si sono ricreduti. Partono in tre, quelli che noi oggi ammiriamo e vediamo come mostri sacri della musica, John Petrucci alla chitarra, John Myung al basso e Mike Portnoy alla batteria. Tutti e tre pluripremiati musicisti. Ai tre si unisce la voce del canadese James LaBrie, dopodiché l'avvento di Jordan Rudess alle tastiere. Durante il cambio palco, lo strumento più complesso da settare, era sicuramente il synth di Rudess e i suoi complessi software.

Per tutti i fan del genere l'appuntamento non poteva che dirsi imperdibile. I Dream Theater previsti al Pistoia Blues 2015, preceduti dalla band culto Queensryche. Prog, epic, power, tutte le declinazioni del metal, fatte di vocalizzi, prodezze ritmiche, virtuosismo e, se ci scappa, perché no, anche un po' di musica.

Il 19 luglio i Queensryche si ricorderanno sicuramente della bella cornice di Piazza del Duomo e del pubblico caloroso, che rispondeva ad ogni loro accenno, ad ogni loro ringraziamento (“Siete bellissimi. Deve essere nel dna degli italiani”). Quello che si poteva constatare durante il concerto era la professionalità della band. Senza tanti fronzoli hanno suonato e hanno ringraziato. Si annusava sicuramente un'aria diversa durante il concerto dei Dream Theater, i divi attesi che entrano e la doppia cassa, la chitarra e il basso sono un tutt'uno, procedendo e sferzando vergate al fulmicotone. Acuti prorompenti ed evoluzioni compositive nel vero senso della parola: i Nostri si sono evoluti e aggiornati, abbozzando ritmi dubstep e facendo strabuzzare gli occhi a chi non li ascoltava da un po' di tempo.

“Maestà” era comunque il nome azzeccato, maestosità sul palco per strumentazione, capacità e, perché no, carisma, un carisma incarnato più di tutti da John Petrucci che faceva andare i suoi polpastrelli al limite delle note alte vicino al corpo della chitarra, facile per lui come tagliare il burro, in perfetta sincronicità col bassista che letteralmente “volava” con le sue dita. La semplicità non è cosa loro, velocità, complessità e virtuosismo dominano il concerto. Nel mondo della musica forse non verranno ricordati per sempre. In quello dei musicisti sicuramente si.

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