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Giovedì, 16 Aprile 2020 17:18

Le ombre sul futuro del teatro indipendente

di Andrea Capecchi

Pistoia - “Il teatro indipendente? La situazione è molto complicata”.

A parlare è un giovane attore toscano, professionista del teatro, che come molti altri colleghi – la maggioranza degli attori teatrali in Italia – svolge laboratori, collaborazioni e performance a regime di partita IVA. La chiusura dei teatri e il blocco di tutte le attività connesse ha assestato un duro colpo ai professionisti, giovani e non, che lavorano nel mondo del teatro indipendente: la loro è una preoccupazione che va oltre l’aspetto economico (pur grave: molti non hanno altre entrate oltre ai 600 euro mensili erogati ai possessori di partita IVA), investendo anche l’aspetto professionale e il futuro stesso del teatro in Italia. Un grido d’allarme che non deve essere taciuto.

“A oggi non sappiamo se e quando riapriranno i teatri, viviamo come tutti in una fase di grande incertezza – spiega l’attore – purtroppo nel nostro lavoro risulta impossibile eliminare le distanze o adottare presidi sanitari come guanti o mascherine. Per fare teatro dovremo aspettare la fine delle limitazioni per il distanziamento sociale: il teatro prevede l’inevitabile contatto tra gli attori in scena, che non riguarda solo gli spettacoli, ma anche la formazione teatrale. Non si può pensare di fare laboratorio teatrale online o limitarlo solo alla teoria, il contatto fisico è irrinunciabile ed è anche nella natura stessa della nostra arte. Finché resteranno in vigore tali limitazioni non sarà possibile riprendere la normale attività”.

A ciò si aggiunge il fatto che l’emergenza ha colpito la stagione teatrale nel momento culminante: gli spettacoli di due mesi di cartellone sono stati cancellati, sono saltati tanti importanti festival estivi e si è bloccata la programmazione dei nuovi spettacoli della prossima stagione.

“In questo clima di incertezza è molto difficile programmare: possono farlo, forse, solo i grandi teatri e i centri di produzione teatrale che magari possono contare su risorse e contribuiti. Ma per gli attori indipendenti il futuro appare un’incognita, un grosso punto interrogativo. Non è scontato che si ricominci subito a lavorare come nel periodo pre-Covid, come se quella della pandemia fosse una semplice parentesi e si potesse ricominciare dal punto in cui ci siamo interrotti. Purtroppo, credo, non sarà così”.

Oltre a quello della mancata programmazione, c’è il problema dei contenuti. “Sembra una banalità, invece è un nodo centrale per chi fa teatro. A chi e di che cosa devo parlare? In questo periodo è difficile scegliere un argomento da proporre all’attenzione del pubblico. Di che cosa vuole sentire parlare la gente? Ancora della pandemia? Oppure non ne vuole più sapere? Ci sarà richiesta di un teatro che racconti la realtà con i suoi drammi quotidiani o di un teatro di evasione, che ci distragga e ci faccia volare via dalla realtà presente? Sono domande fondamentali per chi fa teatro, per chi vuole veicolare messaggi e contenuti attraverso l’arte e la parola”.

Ultimo elemento da prendere in considerazione, l’impatto psicologico che il virus potrà avere sul pubblico, sulla voglia della gente di tornare subito a frequentarsi, a incontrarsi, a cinema, a teatro, ai concerti, a ballare. “Questo è un fattore tutto da valutare, lo vedremo solo nei prossimi mesi. In generale sono molto pessimista sul futuro del teatro indipendente, credo che al termine della pandemia non tutti i colleghi avranno la possibilità professionale o la forza economica di ricominciare a fare teatro. Temo che in tanti saremo costretti a abbandonare questo percorso artistico e questo mondo, che in questa emergenza ha svelato tutte le sue fragilità. Io stesso in quarantena mi sto dedicando ad altre attività, anche al di fuori del mio ambito teatrale, come la musica elettronica, la storia e la filosofia: spero di poter ripartire, ma intanto ne approfitto per arricchirmi culturalmente e per acquisire nuove professionalità”.

Il quadro generale non è dei più incoraggianti. “Potremo concludere con una citazione dall’opera teatrale Ubu Roi di Alfred Jarry, che si apre con una battuta fulminante e inequivocabile: Merdre!”.

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